lunedì 4 giugno 2012

Anarchia ragionata come unica via d'uscita



Chi pensa, e va in giro a dire, che si possa curare questo stato di cose e si possa tornare agli spensierati fasti dell’ubriacatura di un passato recente, a mio avviso è un cretino. Oppure è un figlio di puttana..

Il nostro modello di sviluppo era destinato a fallire a priori, ma nemmeno la prova dei fatti sembra convincere la maggioranza di noi.
Si tratta di un modello paranoico che è servito solo a distruggere speranze, culture, diversità, territorio. Tutto.

Nemmeno una visione marxista ci è di alcuna utilità, perché si limita a indicare un diverso utilizzo del modello, senza metterlo davvero in discussione.

Per cui riesco a vedere una sola via di uscita.
Espressa nei miei soliti 7 punti.

1 – eliminazione alla radice del concetto di globalizzazione, che è un cancro che si è mangiato ogni cosa. Ha investito tutto, dai capitali ai valori, dai diritti agli uomini stessi.

2 - Ritorno quindi alle piccole comunità autosufficienti. Ritorno all’autoproduzione. All’autoconsumo. Persino al baratto. Il  denaro deve essere solo quello che avrebbe dovuto sempre essere: la promessa di sostituirlo immediatamente con il valore che rappresenta, cioè il lavoro. Che sia lavoro di mani, di testa o artistico.

3 – eliminazione alla radice della possibilità di creazione di oligarchie di qualunque tipo. Economiche, politiche, culturali, religiose.

4 – eliminazione alla radice della possibilità che un pensiero metafisico di qualunque tipo (e quindi anche religioso) possa influire sulle decisioni riguardanti la comunità.

5 – eliminazione della democrazia rappresentativa. L’unica democrazia che funziona è quella diretta, ed è possibile solo in piccole comunità.

6 – eliminazione alla radice del concetto di Stato.

7 – rispetto reciproco delle piccole comunità, senza ingerenze, senza contatti che non siano quelli derivanti dall’idea fondamentale dell’autodeterminazione e dell’amicizia.  

venerdì 1 giugno 2012

Caro Benedetto



Vorrei parafrasare un po’ del mio caro Rabelais, per fare una dedica a te, che sei in visita nella mia città.

Ecco, caro Benedetto, è arrivato il giorno d'una gran festa, e noi assisteremo a un bel banchetto offerto a tutti i principi della Tua corte.
Io credo che tutti gli ufficiali di corte saranno occupatissimi al servizio del banchetto, e nessuno si curerà di noi, poveri Pantagruele. Tenuti in culla.
Però possiamo ispirarci lui, Pantagruele, che visse uguale ventura.
Che cosa fece egli? Ciò che fece, cara la mia gente, state un po' a sentirlo: provò a rompere le catene della culla colle braccia; ma non riuscì, erano troppo solide: allora tanto tempestò coi piedi che sfondò l'estremità della culla che pur consisteva d'una grossa trave di sette spanne in quadrato: e appena poté sporgere fuori i piedi, s'inclinò il meglio che poté in modo da toccar terra. E allora con gran forza si rizzò sollevando con sé la culla legata sulla schiena, come tartaruga che monti sopra un muro; e a vederlo sembrava una gran nave di cinquecento tonnellate dritta in piedi.

Entrò in quel modo nella sala dove si banchettava con passo sì ardito che spaventò tutti i presenti; ma avendo le braccia legate dentro, non poteva prender nulla da mangiare; sicché a gran pena si chinava per allungar colla lingua qualche leccata. Ciò vedendo il padre, capì che l'avevano lasciato senza cibo e comandò fosse sciolto dalle catene per consiglio dei principi e signori presenti, tanto più che i medici di Gargantua dicevano che seguitando a mantenerlo così nella culla sarebbe andato soggetto tutta la vita alla gravella. Scatenato che fu lo fecero sedere e mangiò benissimo; poi, protestando di non tornar più in culla, con gran dispetto gli sferrò su un cazzotto, frantumandola in cinquecentomila pezzi.

Però, te lo confesso, a differenza di Pantagruele io frantumerei in cinquecentomila pezzi anche qualcos'altro.

Scienza delle pure essenze (appunti sparsi)



Husserl ha inventato la “scienza delle pure essenze”.

La prima cosa che fa è distinguere tra “conoscenza scientifica” e “conoscenza filosofica”. Quest’ultima la possiamo anche chiamare “conoscenza fenomelogica”
La conoscenza scientifica è una conoscenza priva di critica, in un certo senso inesperta, ingenua, naturale. Consiste nel recepire la realtà e i suoi enti come semplicemente esistenti, in modo ovvio, senza necessità di decifrazioni.
Non si pone la questione “possibilità della conoscenza in assoluto”. La radice della sua possibilità.
L’enigma del “conoscere” non viene preso in considerazione dalla conoscenza scientifica.
Diventa invece il punto focale della conoscenza filosofica.
Questa mette in discussione la “correlazione” implicita in ogni conoscenza, quel  rapporto tra il soggetto conoscente e l’oggetto conosciuto.
Che cosa ci dà la certezza di poter conoscere qualcosa che sia effettivamente esterno a noi stessi?
Per la verità già Cartesio si era accorto di questo problema.
In questa domanda si ritrovano tutti i problemi filosofici. E stanno proprio qui tutti rischi di precipizio nello scetticismo.

La fenomenologia tenta di risolvere la questione, utilizzando un metodo nuovo che consenta alla filovia di ripartire da un altro punto di vista.

Vediamo in cosa consiste questo nuovo metodo fenomenologico.
La prima cosa da fare è “sospendere di giudizio”.
La sospensione ci consente di mettere tra parentesi l’esistenza del mondo.
Il mondo è sempre stato ingenuamente dato per scontato dalla conoscenza scientifica.
La fenomenologia quindi deve premurarsi di non dare niente per scontato.
Deve mettere tutto tra parentesi, lasciando che il dubbio la investa di sé.
Questo crea qualche problemino, a proposito del quale Cortesia aveva notato che se si dubita di tutto, “allora si deve poter esibire un essere che noi dobbiamo riconoscere come assolutamente dato e indubitabile”.
E Cartesio stesso aveva subito capito che questo essere di cui non si può dubitare è il soggetto dubitante stesso. Si può dubitare di tutto ma non del fatto che si sta dubitando.
Husserl condensa la cosa nella frase: “è indubbiamente certo che io dubito”.
Però riconosce come indubitabilmente vero che le cose percepite (e quindi rappresentate e giudicate) non sono avvolte nel dubbio.
Detto in altre parole, non posso dubitare né di me come soggetto dubitante né delle percezioni che ricevo.
Questo non esclude che ciò che percepisco non esista fuori di me.

L’atteggiamento fenomenologico si concretizza in un “puro guardare”.
E’ una cosa che ha a che fare con le “pure essenze”, e non con le esistenze.
La “trascendenza”, che va insieme ad ogni conoscenza, resta nel dubbio, posta “tra parentesi” per potere indagare sull’enigma della conoscenza.
La fenomenologia in sostanza è una critica della conoscenza.
Si propone di “illuminarci sull’essenza della conoscenza”.

Husserl si oppone allo psicologismo.
Lo “sguardo puro” della fenomenologia ha davanti a sé degli assoluti fenomeni di conoscenza slegati dall’esistenza.
La fenomenologia è la “scienza dei puri fenomeni”, sganciati dalla loro esistenza.
Il mondo intero è pura essenza, della cui esistenza non ci importa niente.
Scienza dei puri fenomeni così come si presentano alla coscienza.
Occorre però trovare un modo per stare lontani dai casini dello scetticismo.
La coscienza è provvista di “intenzione”. Tende a qualcosa.
Occorre  “lasciare la parola all’occhio che guarda”.

Il Tempo.
Gli sguardi non sono tutti ugualmente oggettivi, senza contare che la coscienza concorre a costituire i fenomeni, ad esempio con i suoi atti temporali.
La coscienza non vedrebbe ciò che guarda se non vi aggiungesse i suoi giudizi istantanei, le sue categorie. Gli atti di pensiero con i quali la coscienza ha a che fare sono spesso “immaginari”.
E questi sono i veri “miracoli”

Idea della fenomenologia in una libreria colorata



Non so come catalogate voi i libri, o meglio: come li disponete sugli scaffali.
Io sono stata obbligata a utilizzare un sistema molto particolare, che da molti è ritenuto assolutamente irrazionale, ma che nel mio caso funziona alla grande.
Da ragazza avevo moltissimo spazio e meno libri di adesso, anche se mio padre mi ha lasciato una biblioteca cospicua. Per cui avevo degli scaffali tematici, e all’interno di ogni scaffale i libri erano disposti in semplice ordine di acquisto.

Poi sono andata a vivere in un appartamento. Spazioso, ma senza la possibilità di avere una stanza per i libri, così ho fatto costruire una libreria che occupa due lati e mezzo del soggiorno fino al soffitto. Con tanto di scaletta scorrevole. All’inizio ho cercato di mantenere i criteri che avevo prima, ma mi resi conto che lo spazio era sfruttato malissimo. Rimanevano delle superfici inutilizzate. Se mettete due libri alti in uno scaffale che contiene libri più bassi, occupate più spazio di quanto ne occorrerebbe se vi stipaste solo libri bassi, mettendo i libri alti insieme su un altro scaffale. Così però va a farsi friggere la tematicità degli scaffali. Però ho una discreta memoria visiva, per cui riuscivo lo stesso a individuare a colpo d’occhio quello che cercavo. E a ricollocarlo senza problemi.

Con il tempo poi il numero di libri è aumentato. Sono una feticista del libro. L’avevo previsto, per cui la libreria che avevo fatto costruire l’avevo voluta anche profonda, per poter disporre due file di libri.
Chiaramente quelli dietro, se non li hai sotto gli occhi, rischi di dimenticarli, e quando cerchi un libro diventa un problema.
Così ho assegnato un codice a ogni scaffale, e compilato un vero e proprio catalogo. Un lavoraccio. Ci ho speso la metà di una vacanza estiva.

In questo modo, informaticamente, i volumi sono catalogati con tutti i criteri possibili, mentre sulla libreria sono ordinati per altezza. Sarà triste, ma non c’era altra soluzione. Una corollario piuttosto comodo è che spesso i volumi sono riuniti dunque anche per edizione e collana.
Con dei suggestivi effetti di colore.
Per esempio Adelphi ha appena finito di pubblicare la serie completa dei romanzi dedicati da Simenon al Commissario Maigret. Tutti e 76 ben disposti uno accanto all’altro fanno quasi l’effetto di una finestra aperta su un campo di ginestre, con tutto quel giallo delle copertine. Che non è esattamente lo stesso giallo ripetuto 76 volte: c’è sempre una lieve differenza tra l’uno e l’altro. Non tutti la notano.
Guardandoli, ieri sera, mi è tornato in mente Van Gogh, che era riuscito a individuare 4000 tonalità di verde in uno stesso albero.

Quando ho iniziato questo post non immaginavo che mi sarei dilungata a parlare di questo. In realtà volevo parlare di un’altra cosa, ma se non altro adesso vi spiego il titolo
Ieri sera ho lasciato scorrere l’indice tra gli scaffali, e non so perché, alla fine, ho estratto questo libro. Spesso la scelta di un libro da sfogliare è una scelta irrazionale.
Qualcosa dentro mi diceva che mi sarebbe servito.
E infatti mi sta dando materiale per pensare.
Ma oramai ne parlerò nel prossimo post.

giovedì 31 maggio 2012

Bacio

Ti manderò un bacio con il vento
e so che lo sentirai,
ti volterai senza vedermi ma io sarò li

Siamo fatti della stessa materia
di cui sono fatti i sogni
Vorrei essere una nuvola bianca
in un cielo infinito
per seguirti ovunque e amarti ogni istante

Se sei un sogno non svegliarmi
Vorrei vivere nel tuo respiro
Mentre ti guardo muoio per te
Il tuo sogno sarà di sognare me

Ti amo perché ti vedo riflessa
in tutto quello che c'è di bello
Dimmi dove sei stanotte
ancora nei miei sogni?

Ho sentito una carezza sul viso
arrivare fino al cuore
Vorrei arrivare fino al cielo
e con i raggi del sole scriverti ti amo

Vorrei che il vento soffiasse ogni giorno
tra i tuoi capelli,
per poter sentire anche da lontano
il tuo profumo!


Vorrei fare con te quello
che la primavera fa con i ciliegi.
















(Pablo Neruda)

Sapore




Hayku di maggio



Afa che preme
dentro stanchi pensieri
maggio svuotato
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